Le mappe affettive si accumulano, l’archivio cresce, le relazioni si moltiplicano. A un certo punto il territorio ha prodotto qualcosa che chiede forma: un patrimonio collettivo vivo, fatto di storie, memorie, linguaggio, che esige una risposta politica prima ancora che tecnica.
Il progetto non si esaurisce nella dimensione locale. Ambisce a configurarsi come un contributo teorico e metodologico più ampio: una proposta di come le comunità possano organizzarsi attorno alla propria infrastruttura narrativa digitale, sottraendola alla logica dell’estrazione e restituendola a forme di titolarità condivisa.
Oltre i beni comuni: proprietà collettiva dei dati
Da anni il lessico dei «beni comuni» circola con successo nei movimenti e nei dibattiti pubblici. È stato utile: ha permesso di nominare un’opposizione alla privatizzazione dei fondamentali, acqua, conoscenza, dati, evocando un «noi» generico e inclusivo. Ma oggi quello stesso lessico funziona più come copertura emotiva che come strumento operativo. Il «comune», inteso come «di tutti», scivola troppo facilmente verso il «di nessuno»: non dice chi decide, chi custodisce, chi contratta.
Esiste però un’altra tradizione, concreta, giuridicamente definita, capace di attraversare i secoli: la proprietà collettiva. Una forma storica di titolarità che distingue tra chi partecipa e chi resta fuori, tra chi ha diritti e chi ha doveri, tra chi è legittimato a decidere e chi deve negoziare. È l’autogoverno che si fa forma, che si dà un confine, che si assume la fatica della responsabilità.
Questa forma può e deve essere traslata sul terreno del digitale. L’attuale modello degli open data, presentato come pratica democratica, si è rivelato spesso un canale di estrazione silenziosa: l’apertura generalizzata favorisce chi possiede infrastrutture di calcolo e modelli predittivi. Le comunità locali non hanno strumenti né tempo né risorse per trarne benefici reali. I dati aperti si trasformano in materia prima gratuita per l’industria del machine learning, mentre i luoghi che quei dati producono restano esclusi dalla catena del valore.
Parlare di proprietà collettiva dei dati significa ribaltare questo paradigma. Significa che una comunità definita, legittimata, organizzata, possa stabilire condizioni d’uso, regole di accesso, benefici condivisi. Non più «open by default», ma «negoziato by design». Non apertura indiscriminata, ma condivisione condizionata a una titolarità esplicita. È un cambio di postura: da fruitori passivi a soggetti capaci di rivendicare sovranità informativa.
Esperienze concrete in questa direzione esistono già: i Data Trusts nel Regno Unito, che affidano la gestione dei dati a enti fiduciari con mandato collettivo; la strategia dei dati cittadini di Barcellona, dove la governance dell’informazione è integrata nella pianificazione urbana; le pratiche di sovranità digitale indigena dei Māori in Nuova Zelanda; i tentativi europei di federazione delle infrastrutture come GAIA-X. Sono esperimenti ancora fragili, esposti alla cattura da parte dei grandi attori, ma tracciano una traiettoria: non più «bene comune» astratto, ma proprietà collettiva come strumento di negoziazione concreta.
Il progetto Miranda APS si colloca esplicitamente in questa tradizione. L’IAQ non è un servizio aperto a tutti: è una proprietà collettiva con statuto, governance, regole d’uso e diritti di esclusione. Il Manifesto IAQ non è un documento etico decorativo, ma un atto fondativo di titolarità. Le Sessioni Pubbliche di Revisione non sono consultazioni, ma assemblee deliberative. La tecnologia open source e il server locale non sono scelte tecniche, ma architetture di sovranità.
Replicabilità del modello: verso una politica delle proprietà collettive digitali
Il modello qui proposto non è una ricetta da replicare meccanicamente, ma un metodo, una sequenza di principi, strumenti e architetture relazionali, che può essere adattato a contesti diversi. La sua replicabilità non è tecnica ma politica: dipende dalla capacità di ciascuna comunità di costruire un soggetto collettivo capace di titolarità.
Questa distinzione è cruciale. Finché i dati restano «comuni», restano disponibili per chi ha capacità di estrazione. La proprietà collettiva, invece, impone la costruzione di un soggetto: assemblee, regole, statuti, governance. Non è la via più semplice, ma è quella che permette di opporsi alla logica della cattura. Come osserva Michele Kettmaier nel suo compendio sulla sovranità informativa: «È una promessa di giustizia che si fa infrastruttura, un’idea politica che si trasforma in istituzione».
Sul piano tecnico, la replicabilità è garantita dall’architettura stessa del progetto. Il totem, nodo di calcolo che ospita UI-R1, è progettato per la circolarità: costruzione modulare, componenti reperibili localmente, documentazione hardware open source. L’obiettivo non è costruire un totem solo, ma costruire un modello replicabile che le comunità possano costruire da sé. La visione a lungo termine è una rete distribuita di entità IA alimentate a energia solare e governate comunitariamente, ciascuna portatrice del linguaggio delle persone che l’hanno costruita.
La sfida della scala è reale. Se ogni comunità locale si trova a contrattare da sola con soggetti globali, l’esito sarà inevitabilmente asimmetrico. Serve dunque una capacità di federazione tra soggetti collettivi, in grado di creare alleanze, reti di tutela, standard comuni: una forma di coalizione cognitiva che non si limiti alla difesa, ma costruisca proposte autonome di infrastruttura, sapere, governance.
Come suggerisce l’esperienza della Silicon Savannah keniana, dove il digitale è nato come tessuto connettivo in condizioni di scarsità istituzionale, non come prodotto di abbondanza, le comunità che non hanno potuto delegare la propria infrastruttura a istituzioni esterne hanno sviluppato la capacità di costruirla dal basso. È da questa scuola, non da quella californiana, che provengono i modelli più interessanti per pensare una sovranità digitale radicata nel territorio.
Nessuna comunità è data: va costruita. Nessuna istituzione è neutra: va continuamente rinegoziata. Nessun ordine è inevitabile. La politica delle proprietà collettive digitali è un atto di continuità con la capacità umana di inventare istituzioni adatte al proprio tempo.
