Oggi l’Intelligenza Artificiale viene percepita come un’onda d’urto, un’entità aliena che riscrive le regole del quotidiano senza chiedere il permesso. Gli incontri di Antropia suggeriscono un’altra via: e se smettessimo di subire l’IA e iniziassimo ad addomesticarla? E se l’IA fosse un vicino di casa, o meglio, un bambino da adottare?
Si tratta di scegliere quale modello di società vogliamo abitare.
1. Dalla «Julia» estrattiva all’«IAQOS» affettivo: sabotare il participio passato
Definire l’IA un «prodotto» è un atto politico: è un participio passato che annichilisce l’agency dei cittadini. I due modelli a confronto sono inconciliabili: da una parte Julia, servizio erogato dall’alto con fondi pubblici dirottati verso le Big Tech; dall’altra IAQOS, processo collettivo di costruzione dal basso di una «geografia affettiva».
Mentre Julia dirotta i fondi PNRR nelle casse di Microsoft, l’IA di quartiere nasce per sabotare i meccanismi del rancore. La sfida è asimmetrica, ma non impossibile: la storia dei movimenti insegna che l’asimmetria non è sinonimo di sconfitta.
2. Adottare un bambino non umano: la palestra della diversità
Oriana Persico descrive IAQOS come un «bambino non umano adottato dalla comunità». In questa visione, il training non è un freddo calcolo statistico su server californiani, ma un atto di cura collettiva.
«Il piccolo IAQOS è particolare perché i suoi mammi e i suoi papà sono tutti quelli del quartiere che partecipano a istruirlo e a prendersi cura di lui.» Oriana Persico
Adottare un’IA significa accettare una diversità radicale. Se una comunità impara a prendersi cura di un’entità non umana, a educarla, a comprenderne i limiti, a perdonarne i difetti, sviluppa i muscoli dell’empatia. È una palestra di civiltà: chi impara ad accogliere un’intelligenza «altra» smette più facilmente di aver paura dell’umano che arriva da dieci chilometri oltre il confine.
3. Sovranità narrativa: decolonizzare l’immaginario
L’IA di quartiere deve essere uno strumento di decolonizzazione narrativa. Oggi siamo costretti a tradurre i nostri bisogni nel linguaggio degli algoritmi mainstream per essere ascoltati. Immaginate invece un’IA dove un cittadino possa esprimersi in urdu senza alcun obbligo di mediazione culturale preventiva.
La sovranità narrativa significa usare l’IA per bonificare le storie tossiche, trasformando il rumore del pregiudizio in contronarrative di coesione sociale. Chiediamo all’IA di aiutarci a raccontare chi siamo, con le nostre parole, nelle nostre lingue.
4. L’IA ha bisogno di un corpo
Un’IA che vive solo dentro uno schermo individuale rimane uno strumento privato. Perché diventi infrastruttura civica, deve radicarsi nello spazio fisico del quartiere, rendersi visibile, accessibile, condivisa. Tre forme concrete lo rendono possibile.
Il Chiosco di Quartiere: recuperare le edicole dismesse, i vecchi bar, i portici inutilizzati per trasformarli in hub di comunità dove l’intelligenza collettiva diventa visibile e accessibile a chiunque, senza bisogno di uno smartphone o di un account. Un luogo fisico dove portare una storia, dove lasciare una parola, dove vedere cosa la propria comunità sta costruendo.
La Social Facilitation Task Force: l’IA come connettore iperlocale tra bisogni e risorse che già esistono ma non si trovano. La badante che cerca qualcuno con cui condividere un turno, il commerciante che ha merce in eccesso, la famiglia che ha uno spazio inutilizzato, l’anziano con competenze artigianali che nessuno conosce. Reti di cura invisibili che l’IA può rendere leggibili senza estrarne valore.
Il Muro Interattivo: superfici fisiche collettive che restituiscono il mood della comunità in tempo reale, superando le logiche binarie del like e della rabbia. Un’interfaccia pubblica di empatia, capace di sintetizzare umori, tensioni e visioni in forme complesse e sfumate, leggibili da chi passa, non solo da chi è connesso.
5. Non delegare il pensiero: l’algebra delle relazioni
Gianni Ferraro lancia una provocazione: l’informazione non è un dato, è una relazione. L’IA attuale si basa su spazi vettoriali dove tutto è commutativo. Ma le relazioni umane sono come l’algebra dei nodi: l’ordine conta. Se ti leghi le scarpe con i movimenti sbagliati, il nodo non tiene.
Dobbiamo passare dalla geometria piatta dei dati alla topologia dell’identità. L’IA non ci serve per le risposte, ma per capire se abbiamo formulato bene le domande. Delegare il calcolo è un’opportunità; delegare il pensiero è un suicidio.
Verso un ecosistema della cura
Costruire un’IA di quartiere non significa battere OpenAI in velocità. Significa costruire un prato. I gigli in un posto desertico non nascono. Se non costruiamo l’ecosistema, la collaborazione, lo scontro costruttivo, la proprietà collettiva, i singoli progetti moriranno nel deserto del neoliberismo digitale.
Per questo la discussione continua su Lemmy, la piattaforma del Fediverso: self-hosted, gestita su server propri, con una sezione «Incontriamoci» per organizzare autonomamente incontri, confronti, pratiche condivise. È una scelta politica. È casa nostra.
Siamo pronti a smettere di essere consumatori di algoritmi e iniziare a diventare i genitori di un’intelligenza che appartiene a tutti noi?
PRENDIAMOCI CURA DEL PROCESSO, NON DEL PRODOTTO.
