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EDWIN ABBOTT

Rachele Cataldo e Federica Boccacccio

«Be patient, for the world is broad and wide.»

E. Abott, Flatland


Conosciuto tra i suoi contemporanei soprattutto come autore di opere teologiche, saggi letterari e manuali scolastici, Abbott è noto oggi principalmente quale autore di Flatland – A romance of many dimensions (in italiano Flatlandia – Racconto fantastico a più dimensioni). Compì la sua formazione letteraria, scientifica e teologica alla City of London School, al St. John’s College di Cambridge, alla King Edward’s School di Birmingham e infine al Clifton College. Prese i voti nel 1862. Tra il 1865 e il 1889 ricoprì l’incarico di rettore della City of London School, introducendo varie innovazioni che resero la scuola una delle migliori del tempo. Ripristinò, in particolare, la pronuncia classica del latino, e rese obbligatorio l’insegnamento della chimica per tutti gli studenti. Nel 1889 si ritirò dall’insegnamento attivo per dedicarsi allo studio e alla scrittura. La sua produzione letteraria fu molto intensa (più di quaranta libri) ed eterogenea: spaziò dalle opere teologiche (Philocristus – 1891; Onesimus – 1892) ai manuali scolastici (How to write clearly – 1872; Shakespearian Grammar – 1870), alle biografie (quella di Francis Bacon è del 1885), sino all’opera per cui oggi è maggiormente noto, Flatlandia, pubblicata anonima nel 1884.

Flatlandia, che conobbe un successo limitato al suo apparire, è la prima opera in cui, attraverso la descrizione minuta di un mondo a due sole dimensioni, ovvero piatto, si suggerisce la quarta dimensione, e forse anche per questo fu riscoperta e particolarmente apprezzata solo nel XX secolo, dopo la divulgazione della teoria della relatività di Albert Einstein.

Saccheggiando a piene mani la prefazione di Masolino D’Amico a Flatlandia, scopriamo che come uomo il reverendo Abbott viveva interessi intellettuali che si sviluppavano in più direzioni, l’una indipendente dall’altra: fu insegnante attivo e appassionato; scrisse manuali scolastici, saggi su Bacone, testi eruditi sul Vangelo di Giovanni; si cimentò in un’ardita opera teologica: romanzare la vita di Gesù, nel Philochristus; e divulgò con passione un approccio più razionale alla fede, minimizzando la parte miracolosa delle verità rivelate.
A ben scavare, molti degli elementi che nascono da questi interessi poliedrici sono disseminati nelle pagine di Flatlandia, ne arricchiscono il linguaggio, celano i suoi termini matematici, con tutte le loro asperità, dietro svariate cortine (la cortina sociale, ma anche quella descrittiva, quasi in senso botanico; quella del misogino incallito, quella del sognatore e così via). È un tentativo leggero e ardito assieme, dal quale emerge con forza che l’unica certezza – concettuale e conoscitiva – che rimane dopo aver letto Flatlandia, è di aver acquisito una sensibilità matematica per il concetto di dimensione.

Nella sua descrizione paradossale dello sgomento provato dal quadrato per la scoperta di una nuova dimensione, il reverendo Abbott racchiudeva una metafora dell’inquietudine e della miopia del suo tempo (imbevuto di positivismo, dominato dall’ideale del progresso, dalla fiducia esasperata nel ”quantificabile” e nelle scienze esatte), incapace ormai di riconoscere l’esistenza del trascendente, del divino. C’è qualcosa, al di là di ciò che possiamo cogliere coi sensi: una ”quarta dimensione”, qualcosa di non sperimentabile ma di nondimeno conoscibile (per rivelazione, così come nel racconto è una rivelazione l’arrivo della sfera, araldo del mondo a tridimensionale). Per Abbott rifiutandoci di accettarla ci mostriamo non meno ottusi e limitati dei ridicoli abitanti di Flatlandia.

Rachele Cataldo e Federica Boccaccio

Sitografia: https://www.iltermopolio.com/letteratura/flatlandia-di-edwin-abbott;

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