Un laboratorio di fabbricazione a controllo numerico per lo sviluppo di materiali editoriali interattivi, sia multimediali, sia cartacei. Uno spazio dove produrre, giocare e imparare insieme, che offre servizi per la creazione e fruizione di contenuti e al contempo rafforza identità e coesione sociale.
Un luogo aperto e accogliente dove entrare in contatto con la tecnologia e gli strumenti della comunicazione per accrescere consapevolezza, competenza e autodeterminazione.

“Walled Garden”, il magico giardino murato delle applicazioni

Interactive Storytelling and Art 2019 – Varaschin

Il “walled garden“, letteralmente il “giardino chiuso” è un servizio per cui il provider impedisce e/o controlla piattaforme e media, limitando fortemente l’accesso a contenuti presenti in fonti esterne al sistema. Viene definito anche come un “ecosistema in cui un paio di entità controllano tutte le operazioni”; e al giorno d’oggi queste due entità sono Facebook e Google.
Facebook in particolare, dopo aver per anni incoraggiato i media a creare la propria audience all’interno del social, ha deciso di ridistribuire i contenuti del feed degli utenti, cambiando algoritmo per portare i contenuti degli “amici” in primo piano, rispetto al contenuto dei media.
L’obiettivo è quello di mantenere gli utenti all’interno del proprio sistema il più possibile. Così sta facendo anche Instagram, rafforzando e incentivando gli acquisti in-app.

Il walled garden è applicabile anche ai sistemi operativi e iOS ne è una dimostrazione. L’indiscutibile successo di Apple è dovuto sicuramente alla novità e innovazione che hanno portato i loro device all’interno della società, ma anche alla chiusura del sistema operativo presente in essi. L’ecosistema chiuso di iOS permette all’azienda di regolare non solo la parte hardware ma anche quella software (app e servizi), regolando e controllando l’esperienza dell’utente. Questo muro di cinta ha iniziato, però, a mostrare i primi segni di sgretolamento già nello scorso anno; la caduta di un primo pezzo è avvenuta per mano di un gruppo di cyber-intelligence israeliano. Attraverso una vulnerabilità, un bug, all’interno di Whatsapp, il gruppo ha potuto inviare uno spyware semplicemente effettuando una WhatsApp Call; anche senza ricevere risposta, lo spyware è riuscito a impadronirsi delle informazioni all’interno del device dell’utente, senza che quest’ultimo installasse da terze parti un’applicazione.

-Chiara Varaschin

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