Un laboratorio di fabbricazione a controllo numerico per lo sviluppo di materiali editoriali interattivi, sia multimediali, sia cartacei. Uno spazio dove produrre, giocare e imparare insieme, che offre servizi per la creazione e fruizione di contenuti e al contempo rafforza identità e coesione sociale.
Un luogo aperto e accogliente dove entrare in contatto con la tecnologia e gli strumenti della comunicazione per accrescere consapevolezza, competenza e autodeterminazione.

Subvertising

Andrea Gianfanti

La parola Subvertising deriva dalla crasi dei vocaboli anglosassoni subvert (sovvertire) e advertising (pubblicità) e sta ad indicare la pratica di vandalizzazione creativa di manifesti pubblicitari. Una forma di culture jamming (sabotaggio culturale) adoperata da diversi collettivi e movimenti contro il sistema consumistico della società e il monopolio della pubblicità nello spazio visuale urbano.

Se questa pratica vede derivare le proprie isotopie iconologiche e la propria sintassi figurativa da quelli che sono il movimento filosofico-sociologico ed artistico marxista libertario e da quello letterista, entrambi con radici che affondano nelle avanguardie artistiche d’inizio Novecento, va necessariamente riconosciuto che la loro pratica attanziale ha origini ben più recenti. Infatti è necessario sottolineare una stretta affinità all’attitudine e alla pratica graffitista, riferendosi particolarmente alle pratiche del tagging e del bombing. Il graffitismo contemporaneo, insieme alla street art, l’urban art, il neo-muralismo, la skate culture ed altre svariate decine di denominazioni e tendenze, sono ascrivibili ad un complesso e multiforme insieme di esperienze subculturali definite come “street culture”, entro la quale rientra anche il subvertising.

La prima affinità rilevabile tra i due tipi di espressione qui chiamate in causa, oltre che di ordine storico è di ordine topologico. Come i graffiti, anche il subvertising opera su uno spazio e su un senso precostituiti e non lo fa distruggendo ogni traccia del pregresso, ma fagocitando l’esistente, stravolgendone aspetto e contenuti per far valere i propri. Se per i primi la questione si fermava, per così dire, ad una mera affermazione ontologica ed antropopoietica (Remotti 2013) la  cui narrazione si limitava ad un “Io – qui – ora” coattamente e scleroticamente ripetuto; per i secondi si tratta invece di replicare testualmente alla cultura opprimente, e di farlo al livello della narrazione. Con il subvertising quello che è il valore attanziale dell’intervento urbano, pur mantenendo i caratteri di un debrayage enunciazionale che viene apposto e lasciato nella rete urbana, non si limita più al solo valore intrinseco e posizionale dell’attante-oggetto, ma nel sottrarre spazio a ciò cui si appongono, i manifesti sovvertiti, letteralmente cannibalizzano ciò che li precedeva risemantizzando le immagini e le narrazioni che portavano.

Nello storytelling interattivo il subvertising, visto come pratica, è un diverso tipo di narrazione che colpisce maggiormente l’utente a livello visivo, non tanto quanto interazione diretta quanto piuttosto nell’immaginare ciò che possa essere accaduto prima che l’atto venisse attuato.

Andrea Gianfanti

Interactive Storytelling and Art 2019

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